La Garganega, voce del territorio: un’uva che sa cambiare forma restando sé stessa
C’è un filo sottile che unisce la maggior parte dei vini prodotti a Gambellara: si chiama Garganega.
Un’uva antica, nobile e resiliente, che da secoli ha imparato a convivere con la pietra, il vento e il fuoco dei vulcani.
È lei che, anno dopo anno, racconta la personalità del territorio con sfumature sempre nuove — perché la Garganega non è mai uguale a sé stessa.
Un’uva che si adatta, ma non si piega
La Garganega è una varietà camaleontica: sa essere morbida e delicata, ma anche vibrante e tesa.
Nel calice può mostrarsi ferma o frizzante, secca o dolce, giovane o capace di lunghe evoluzioni nel tempo.
Eppure, dietro ogni veste, ritrovi sempre la sua impronta agrumata, la sapidità vulcanica e quel finale pulito, minerale, che parla di roccia e di luce.
Non a caso è una delle poche uve bianche italiane che riesce a dare vini così diversi tra loro, mantenendo una coerenza stilistica sorprendente.
Il carattere di Gambellara
Qui, sulle colline vulcaniche tra Vicenza e Verona, la Garganega trova la sua casa naturale.
I suoli basaltici, ricchi di minerali, le regalano quella tensione e quella freschezza che diventano la firma dei nostri vini.
Nella conduzione biodinamica, questo legame si amplifica: il terreno non è solo un supporto, ma un organismo vivo che dialoga con la vite, restituendole energia e profondità.
Ogni annata diventa così una traduzione sincera del paesaggio.
Un’uva, due anime
La Garganega cresce e si esprime al meglio anche nelle zone limitrofe a Gambellara, trovando grande riconoscimento per esempio nel territorio del Soave, dove è la varietà protagonista.
Pochi chilometri di distanza separano i due areali, ma il risultato nel bicchiere cambia profondamente:
nei suoli di Soave, in gran parte di origine calcarea, la Garganega tende a esprimere note più floreali e rotonde, con una struttura elegante e gentile;
mentre a Gambellara, grazie ai suoli vulcanici e scuri, il profilo è più teso, minerale e salino, con una spiccata energia che le dona un’identità unica.
Due territori caratterizzati da estensioni molto diverse: Gambellara conta circa 750 ettari vitati, mentre Soave ne comprende almeno 12.000.
Due anime diverse, unite dalla stessa radice.
Una dimostrazione di quanto il terroir sappia modellare il carattere del vino, senza mai snaturarne l’essenza.
Una, ma tante voci
Nel bicchiere, la Garganega di Menti sa cambiare tono senza mai perdere identità.
C’è la freschezza agrumata e diretta di Roncaie sui Lieviti, che racconta la vigna con immediatezza e spontaneità.
C’è la pienezza solare di Riva Arsiglia, dove la maturità del frutto incontra la sapidità del suolo.
E ci sono le sfumature più complesse di Riva Arsiglia Collection, che svela la profondità del tempo e l’eco della pietra vulcanica.
Senza dimenticare Monte del Cuca, la Garganega che incontra le bucce e si fa vino di materia, corpo e memoria.
E poi c’è Vin de Granaro, la voce più intima e profonda di tutte: un passito prezioso, nato da uve appassite naturalmente e lasciato maturare per anni nei caratelli sotto i tetti della torre.
Un vino da meditazione, in cui la Garganega mostra il suo lato più dolce, concentrato e contemplativo, ma sempre con quella inconfondibile vibrazione minerale che la riporta alla sua origine vulcanica.
Quattro voci diverse di un’unica verità: la Garganega non si lascia mai rinchiudere in una sola forma.

Un linguaggio in continua evoluzione
Lavorare con la Garganega significa ascoltare, più che dirigere.
Lasciarle spazio per raccontarsi con le parole che sceglie ogni anno: più delicate in annate fresche, più ampie e materiche in quelle calde.
La vinificazione spontanea, senza lieviti selezionati né interventi correttivi, permette a questa voce di emergere limpida, naturale, autentica.
Perché il compito del vignaiolo non è cambiarla, ma fare da traduttore tra la vigna e il bicchiere.
La Garganega è il nostro linguaggio madre.
Ogni vino è un dialetto, una variazione sul tema, ma la radice è sempre la stessa:
un’uva che sa cambiare forma restando sé stessa, come la terra che la genera.
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